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Tristano & Isotta

di e con ANDREA BRUGNNERA

Tristano e Isotta è una delle narrazioni appartenenti al grande Ciclo Bretone e all’albero dei Racconti Arturiani, di cui rappresenta una intersecazione più che una derivazione, ed è del tutto indipendente. La narrazione classica di questo antico mito bretone vede Tintagel al cnetro delle imprese e degli amori dei due Protagonisti, quella stessa Tintagel che assiste al concepimento di Artù nei Racconti della Tavola. Questa narrazione trae origine dalla presenza storica ed itinerante dei Gleeman – traduci: portatori di allegria, cantastorie- gallesi e bretoni (talune versioni del racconto riportano addirittura descrizioni di tecniche espressive e di esecuzione), e si polarizza a partire dai secoli XII-XIII, dopo che la trasmissione orale è abbandonata per quella scritta, nelle principali versioni a noi pervenute di Goffredo di Strasburgo (20.000 versi circa), Beroul e Joseph Bedier.

 

Esiste perfino un “Tristano Veneto”, traduzione tardo quattrocentesca del Poema Francese, cui ci siamo ispirati più per la sonorità del linguaggio che per ragioni filologiche. Esigenze di rispettare i contenuti del testo e delle forme con cui veniva divulgato (musicalmente e metricamente in forma trobadorica nelle corti, tramite saltimbanchi e giullari nelle piazze) ci hanno portato a muoverci attraverso le versioni conosciute aggiungendovi un’interpretazione comica e smitizzante affinché il Testo risulti il più possibile comprensibile e vicino, nel rispetto della poesia.

 

Le tecniche coinvolte saranno: monologo narrativo poetico in lingua antica, commedia dell’arte, oggetti di scena; strumenti antichi, tecniche di giocoleria e prestidigitazione. Lo stile è composizione poetica in cui comico e grottesco si fondono al meraviglioso medievale come all’ironico quotidiano, per poter rendere pienamente allo Spettatore contemporaneo profondità e incanto di un antico epos che nel tempo si rinnova. Teatro prima del teatro: non a caso infatti la fine degli sfortunati protagonisti anticipa quella – più nota ma non più struggente – degli Infelici Amanti di Verona.

Foto: Luciano Rocco